




Io,
Paolo Brumat
62 anni. Cittadino del mondo.
Un giovane vecchio senza pace
Sono nato a Torino nel 1963, laureato in Scienze dell’Informazione. Trentacinque anni di carriera nella consulenza informatica, oltre venti da manager con esperienze che mi hanno portato in giro per il mondo: Danimarca, Finlandia, Stati Uniti, Argentina, Sudafrica e tanti altri luoghi. Una carriera solida, almeno vista da fuori. Da dentro, a un certo punto, ha smesso di bastarmi.
Mi piace definirmi informatico per errore di gioventù, viaggiatore per curiosità insaziabile, DJ iper vocazione tardiva, convinto che se avessi iniziato prima, oggi sarei al posto di David Guetta. E, inoltre, giocatore di poker appassionato e professional loser dichiarato: al tavolo verde ho imparato che perdere con dignità è un'arte. Papà orgoglioso di Camilla e, infine, interista per fede, quindi abituato a soffrire.
Preciso in modo maniacale, convinto che ogni obiettivo sia raggiungibile e che non si debba mollare mai. Con un carattere difficile ma onesto, con un odio smisurato per le ingiustizie, per chi si approfitta del prossimo, per l'ignoranza che sceglie di restare tale e per la stupidità che si vanta di esserlo.
Nato vecchio, ma con un orologio biologico che ha funzionato al contrario. A vent'anni sembravo un pensionato, a sessanta vivo l'irrequietezza di un ragazzo. Senza filtri, politicamente scorretto, mai soddisfatto. Raramente in pace con gli altri, quasi mai con se stesso.
Nell'anno e mezzo prima della partenza, ho lavorato ogni venerdì notte nel forno del miglior maestro panificatore di Torino. Non per imparare un mestiere, ma per capire se un sogno potesse diventare realtà. Ho trovato persone straordinarie che svolgono un lavoro durissimo con passione, e ho riscoperto il valore delle cose fatte con le mani. Poi, a sessantuno anni, ho mollato tutto. Per concedermi finalmente quella libertà che avevo sempre sognato e mai osato prendermi.
Del Centro e Sud America mi hanno sempre conquistato i paesaggi. Ma soprattutto le persone. La loro storia, la loro cultura, la loro autenticità. Nei mercati del Guatemala, sugli autobus boliviani, nelle strade polverose del Perù ho ritrovato un’umanità che credevo perduta: gente vera, diretta, senza maschere.
Questo libro nasce da lì.
